L’importanza del setting fra mediazione e psicoanalisi

Di Salvatore Azzaro

IL SETTING

La parola inglese setting può essere tradotta anche con le parole sfondo, cornice, ambiente. In psicoanalisi  il  significato  di  setting  fa  riferimento  all’insieme  degli  “elementi  esterni”  che articolano lo spazio fisico e relazionale dell’incontro terapeutico ed altresì all’insieme degli “elementi interni” connessi con l’atteggiamento mentale di paziente e psicoterapeuta, che definiscono la dimensione psicologica dell’incontro (Zavattini, 1988).

Ogni elemento del setting: luogo dell’incontro, frequenza delle sedute, durata del trattamento, posizione delle parti nella stanza, pagamento della seduta, viene utilizzato per stabilire le modalità dell’incontro ed il rapporto tra paziente e terapeuta.

Possiamo dire dunque che il setting in psicoanalisi influenza i termini dello svolgersi del trattamento terapeutico.

Questo significa, in altri termini, che è proprio stabilendo delle regole esterne che risulta possibile strutturare  lo  sviluppo  delle  regole  interne  ossia  del  processo  psicoterapeutico  inteso  come relazione tra terapeuta e paziente (G. Montesarchio “Colloquio in corso” Franco Angeli 2017). Ancora più chiaramente, per quello che interessa noi mediatori professionisti, voglio citare lo psicologo  Edmond  Gilliéron,  (psichiatra,  psicoanalista,  professore  onorario  dell’Università  di Losanna in Svizzera)  il quale afferma: “La relazione paziente-terapeuta deve essere considerata come un insieme, in cui le parti si influenzano reciprocamente ed entrambe sono influenzate dal contesto che le accoglie.”

In psicoanalisi dunque la definizione di ciò che va sotto il nome di setting psicoanalitico, e cioè di quell’ insieme di aspetti che caratterizzano il lavoro analitico e che ne costituiscono il laboratorio insostituibile (diremmo noi mediatori con formazione giuridica, il contratto tra analista e paziente in tutte le sue componenti) va visto come la svolta determinante nella costruzione dell’impianto teorico pratico della disciplina psicoanalitica.

Già queste prime definizioni tracciano un chiaro parallelo tra le sedute psicoanalitiche e le sessioni di mediazione. Non vi è chi non veda una evidente similitudine nella impostazione del setting tra psicoanalisi e mediazione; esso costituisce quasi uno spazio sacro, perimetrato nel quale risulta

ben chiaro (non solo ai protagonisti del rapporto ma persino ai soggetti esterni, ossia a coloro che non sono inclusi nel procedimento che si va ad avviare) cosa si possa fare e cosa no, cosa ci si aspetta dagli altri partecipanti e cosa si conviene che venga escluso, quale sia la disciplina del rapporto. In altre parole si condividono le regole di ingaggio.

Che differenza c’è tra un colloquio al bar ed un colloquio clinico? Che differenza c’è tra una chiacchierata tra colleghi nei corridoi del tribunale e una sessione congiunta in  mediazione?  La risposta è unica: il setting, ossia la condivisione di quelle regole predefinite e condivise che delimitano e che esplicitano i limiti della relazione stessa e l’ambito dell’intervento che si richiede di attuare.

In estrema sintesi gli elementi del setting sono:

– il dove: ossia il luogo fisico in cui si celebra l’incontro e dove si struttura la relazione che deve nascere tra il cliente che formula la richiesta (in mediazione sarà la coppia avvocato/cliente) ed il mediatore che viene nominato per mediare il conflitto;

– il quando: ossia il tempo in cui si svolgono le sessioni di mediazione, il tempo che ad ognuna di esse si dedica, l’orario che si conviene e che si condivide tra le parti, la frequenza degli incontri se le parti fanno un calendario;

– il quanto: ossia il costo della procedura ed i termini del pagamento delle indennità di mediazione;

–  il  come:  ossia  le  modalità  comportamentali  delle  parti  negli  incontri  di  mediazione,  la successione degli interventi, la gestione della procedura.

Questa è “l’ortodossia”; le regole base che si insegnano nei corsi di formazione per mediatori; il “minimo sindacale” fornito a chi muove i primi passi nel difficile mondo della mediazione dei conflitti. Dopo 11 anni di esperienza il mio pensiero comincia a discostarsi dalla concezione tradizionale che intende il setting come una cornice da preservare sempre uguale, invariata, grazie alla quale, proprio perché stabile, si può monitorare il processo che in esso si muove. Ritengo piuttosto che setting e processo mediativo siano strettamente interconnessi e addirittura consustanziali.

Le ragioni per cui è opportuno che i consigli non si traducano in regole vanno trovate sia nella varietà delle costellazioni psichiche delle parti che arrivano in mediazione, sia nella plasticità di tutti i processi relazionali e metagiuridici che il singolo caso propone al mediatore che lo accoglie sia nella quantità dei fattori che si rivelano di volta in volta determinanti nel singolo caso.

Mi rendo conto che la possibilità di cambiare le regole del setting in mediazione sia un tema delicato e destinato a mediatori con una certa esperienza. Mettere in discussione e superare le regole apprese può sembrare destabilizzante ma ogni progresso segna il superamento dello stadio precedente, l’abbandono delle consuetudini acquisite. Questo è il coraggio della scoperta e della sperimentazione.

In psicoanalisi lo stesso Freud per evitare fraintendimenti ribadisce in modo inequivocabile: “Sono tutti elementi che si oppongono ad una standardizzazione della tecnica. Tuttavia è opportuno stabilire le regole [quelle del setting] per un comportamento mediamente appropriato”.

Offrire le condizioni necessarie, questo mi sembra il problema fondamentale. In questo modo, nel corso del primo incontro di mediazione, nel momento in cui il mediatore enuncia e condivide le norme che regolano il procedimento, sulla base di un tacito ed implicito accordo delle parti, si opera la trasformazione del setting da cornice a strumento. Visto in questi termini il setting diventa un punto di osservazione di quello che accade nelle sessioni di mediazione; una possibilità metodologica di riflettere sulle dimensioni attraverso le quali si svolge la sessione di mediazione.

In altre parole delimitando e fondando l’area di intervento con caratteristiche più o meno costanti ma sempre variabili il mediatore professionista stabilisce i confini metodologici, i vertici fissi e stabili dai quali osservare quello che la parti fanno nelle varie sessioni di mediazione; come lo fanno; perché lo fanno. In questo modo ogni cambiamento che viene agito dalle parti o dagli avvocati rispetto ai canoni stabiliti nel discorso introduttivo che genera il setting diviene spiegabile agli occhi del mediatore o quanto meno interpretabile.

Ad esempio, lo spazio all’interno del quale si svolgono le sessioni diventa fondamentale non solo perché esso costituisce il territorio fisico di confronto (la dinamica è quella di incontro/scontro) tra i vari soggetti che partecipano alla mediazione ma anche perché è proprio a partire da quel particolare luogo fisico che per  il  mediatore professionista diventa  possibile comprendere lo spazio mentale che i partecipanti alla mediazione sono disposti a trovare affinché i temi della mediazione si possano dipanare e diventino agito concreto.

Quello che propongo al lettore è dunque un cambiamento intrinseco che parte proprio dall’atteggiamento personale del mediatore professionista. Il fare tecnico del mediatore  non deve basarsi solamente su regole rigide e uguali per ogni occasione, su comportamenti precostituiti da

tenere, o su azioni da evitare, ma sull’esercizio costante dell’auto osservazione e dell’autoriflessione rispetto alle persone che sono in mediazione, alla qualità dei loro consulenti, al caso che essi portano in mediazione e, non ultimo, al proprio coinvolgimento emotivo.

Gary J. Friedman nel suo bellissimo libro Inside Out (Aracne Editore 2019) usa l’espressione “salire al balcone”. Con questa espressione l’autore propone ai mediatori professionisti un metodo nuovo per acquisire consapevolezza di sé, indicando strade, competenze e strumenti per gestire i propri conflitti interiori e le difficoltà nei rapporti con le parti e i loro professionisti.

Io aggiungo che l’azione del mediatore professionista, soprattutto nel corso della prima sessione di mediazione,  non  deve  basarsi  sull’applicazione  di  verità  generali  ma  su  una  partecipazione creativa; su un modo particolare di fare esperienza e di pensare.

I RISCHI  DI UNA INADEGUATA PREPARAZIONE DEL SETTING

E’ il momento di un confessione. Per anni io stesso ho usato le regole del setting in maniera rigida e predefinita, pretendendo che gli utenti si adeguassero a quelle regole. Mi parevano così efficaci nella loro semplicità da renderle universali. Mi sono sentito come l’alchimista che aveva scoperto la pietra filosofale, il segreto della trasformazione di ogni vile metallo in oro. Se farete così, se farete come vi dico io, se seguirete queste regole, raggiyngeremo l’accordo. Devo dire che spesso ha funzionato; la tecnica della negoziazione ha un suo valore intrinseco e, se adeguatamente applicata, ha effetti positivi.

Ora qui dobbiamo fare una chiara scelta di campo. Dobbiamo decidere da che parte stare. Dobbiamo decidere chi vogliamo essere. Vogliamo concentrarci sul raggiungimento dell’accordo o vogliamo occuparci della relazione tra le parti?

Perchè, vedete, in definitiva credo che la mancata considerazione del campo relazionale possa anche funzionare in mediazione. Si tratta di operare un volontario oscuramento degli aspetti personali ed emotivi e di proporre un modello in cui il mediatore è  “l’esperto” ossia colui che valuta e che indirizza mentre la parte (e persino il suo avvocato, spesso giudicato incapace di negoziare ed impreparato alla mediazione) è colui che esegue e che si attiene alle prescrizioni.

E’ una sorta di identificazione con il modello della prassi relazionale medico/paziente. In questo modello il medico è un esperto in possesso della tecnica; il paziente si rivolge al medico per attingere alla sua competenza; la relazione tra i due è orientata un medesimo scopo, la guarigione

dalla malattia. Il sintomo giustifica la relazione; l’approccio relazionale può stare in secondo piano o addirittura non venire considerato in quanto il medico non è chiamato ad analizzare il senso della relazione ma piuttosto il suo scopo.

Può funzionare questo approccio in mediazione? Direi di si, a patto di avere ben chiara quale sia la funzione che come mediatori vogliamo assumere quando prendiamo in carico un conflitto ed i protagonisti  di  esso.  Questa  scelta  iniziale  operata  dal  mediatore,  che  diventa  fondativa  del rapporto interno/esterno con le parti e con gli avvocati, rappresenta uno degli elementi del setting che vogliamo proporre nelle nostre mediazioni.

E’ evidente che, essendo questo un aspetto squisitamente implicito e non rivelato del setting, esso deve essere altrettanto implicitamente accolto dalle parti.

Può accadere tuttavia che le parti (e persino i loro avvocati) siano portatori anche inconsapevoli di esigenze che possono essere distoniche con questa idea del setting. Si possono verificare allora veri e propri attacchi al setting.

Attingo ancora alla psicoanalisi per chiarire il concetto: La lettura che certi psicanalisti fanno delle microrotture è per certi versi simile a quella fornita dal modello relazionale e intersoggettivo (Ferro – Mitchell); entrambi questi psicoanalisti pongono l’accento sul valore simbolico e comunicativo che questi eventi lesivi del setting veicolano mettendo in secondo piano la visione classica secondo la quale ogni variazione di setting deve essere considerata esclusivamente come un attacco difensivo ed in quanto tale deve essere interpretato. Specificamente Mitchell propone un modello psicoanalitico apparentemente in aperta rottura con l’approccio analitico classico, perché   fondato   sull’interesoggetività   a   discapito   della   visione   metapsicologica   freudiana fortemente intrapsichica, e su quello che Atwood e Stolorow definiscono il “tramonto del mito della mente isolata”. In questo nuovo assetto analitico tutto ciò che avviene nel setting (rotture incluse) assume una valenza relazionale ed in quanto tale segnala qualcosa sullo stato della relazione terapeutica e sui “principi organizzatori della vita psichica” del paziente e del terapeuta stesso. In altre parole è proprio attraverso le modificazioni di qualcosa che per definizione è costante che si rivela l’unicità e la specificità del paziente e della relazione.

Quante volte nel corso di una mediazione ci è successo che uno degli avvocati abbia esordito dicendo”…qui non c’è niente da mediare, ci abbiamo già provato con il collega avversario…” oppure “ … siamo qui perché ce lo ha ordinato il giudice, che evidentemente non ha voglia di fare

la sentenza…” o ancora “…non si può costringere le parti a sopportare anche il costo della mediazione; che giustizia è questa?”. Potrei continuare nel decalogo delle frasi aggressive e sminuenti della funzione mediazione ma quello che conta è comprendere che ognuna di esse è un attacco al setting e come tale deve essere interpretato, compreso, gestito.

In passato ho persino risposto per le rime ed in modo piccato a qualcuno di questi attacchi (probabilmente confondendoli con attacchi personali) ma la verità è che essi costituiscono una richiesta di inclusione nel processo oppure una richiesta di modifica del setting della mediazione così come lo abbiamo proposto (o come ce lo siamo immaginato). A ben vedere anche una mancata partecipazione della parte costituisce un attacco al setting. Non partecipo alla mediazione perché non ne riconosco la funzione, non gli attribuisco la capacità di gestire adeguatamente il problema.

Essere pronti a gestire questi attacchi al setting vuol dire, nella maggior parte dei casi, fare la differenza tra una mediazione avviata ed una non avviata, tra una procedura in cui le energie del gruppo sono rivolte congiuntamente verso la soluzione oppure dirette a gestire conflitti interni, di supremazia o di equilibrio.

In tutta questa dinamica potenzialmente deflagrante deve inserirsi, con la necessaria autorevolezza, il mediatore che quindi deve avere nella propria cassetta degli attrezzi anche queste capacità di analisi relazionale.

Buona fortuna